contrAPPUNTI - Quaderno trimestrale del Centro Studi per il Progressive Italiano
Anno VIII - n. 1 - Primavera 2011

Nel 1977 il tuo 33 giri poi diventato di culto. “Una vita, una balena bianca e altre cose” fu molto particolare, con nelle orecchie i nuovi suoni inglesi. Brani cantautorali ma anche lunghe suite…

In effetti, quell'album fu il risultato dei diversi amori di quel periodo: i"concept albums" di De André ("Tutti morimmo a stento", "La buona novella", "Non al denaro, non all'amore, nè al cielo", Storia di un impiegato", i due primi album di Alan Sorrenti ("Aria"e "Come un vecchio incensiere"), i primi lavori di Francesco De Gregori, Leo Ferrè, ma anche i Jethro Tull,i Gentle Giant,i Genesis.

Questi ascolti li condividevo con il mio amico Marco Coppi, il flautista dell'album.

L'incontro con le stupende chitarre country dei Portici (Claudio Dadone, Lorenzo Marino e Salvatore Settis) e poi con un arrangiatore di grande sensibilità ed esperienza come Franco Chiaravalle (personaggio storico della canzone napoletana) arricchì ulteriormente il progetto, facendone quel mix di esperienze e sensibilità diverse a cui accennavi.

La suite di apertura “Una vita” la dedicasti agli ultimi momenti di vita di Cesare Pavese… Perché l'omaggio allo scrittore piemontese? Ti colpiva il suo disagio esistenziale? Avevi senz'altro in mente la sua raccolta di versi “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”.

Certo: “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” è stata una colonna portante della nostra “educazione sentimentale”. Pavese era uno dei miti della mia generazione, forse anche al di là dei suoi oggettivi meriti letterari.

La sua vicenda esistenziale ci pareva emblematica della tragicità del rapporto tra intellettuale e politica. Tuttavia, ricordo che, leggendo il suo diario “Il mestiere di vivere” rimasi colpito dalla quasi totale assenza di riflessioni politiche, e questo contrastava con l'immagine che correntemente se ne dava di autore “militante”…bisogna ricordarsi degli anni '70 e del ruolo centrale che la politica (e l'ideologia) aveva assunto nella nostra vita…così provai (usando, quando possibile, le sue stesse parole) a ricostruire i tasselli di un fallimento che mi parve sia politico che esistenziale.

Devo dire che mi ha fatto molto piacere, ultimamente, la riscoperta di questo lavoro fatta dal prestigioso sito “Progarchives”, che gli ha dedicato recensioni molto lusinghiere. http://www.progarchives.com/artist.asp?id=4570

All'epoca eri pronto a realizzare un nuovo disco “Decadenza e morte di Andrea il traditore”, che non venne mai pubblicato. Ce ne vuoi parlare? Esistono provini dei brani?

Dopo il primo album, che non ebbe rilevanti risultati di vendita, proposi alla mia etichetta un secondo lavoro che comprendeva alcune canzoni e una lunga suite, “Decadenza e morte di Andrea il traditore”, tratta da un mio racconto che qualche anno più tardi fu anche pubblicato da una rivista curata da Roberto Roversi. Era un progetto ambizioso e sicuramente anche un po' megalomane, che richiedeva l'impiego di un'orchestra sinfonica. Naturalmente, il mio discografico, sebbene generoso e coraggioso, mi disse che il budget non era alla sua portata, così da Milano partii per Roma dove proposi il lavoro alla RCA. A quei tempi il grande capo era il mitico Ennio Melis, uomo di notevole intelligenza e di grande fiuto (De Gregori, Venditti, Baglioni,Gaetano, ecc.): mi disse che il progetto gli interessava, ma, alla fine, veniva sempre rimandato di sei mesi in sei mesi.

Dopo un anno, anche per il clima un po' troppo “ministeriale”che si viveva alla RCA, lasciai perdere con l'intenzione di riprovare a Milano. C'è anche da dire che eravamo ormai nel 1979, e che il prog e la sua libertà di fantasia era già giunto al capolinea, la società italiana stava vivendo una grave crisi sociale e politica e, forse, alla musica si richiedeva adesso un ruolo più rassicurante e leggero…

Poi, gravi problemi familiari mi allontanarono per molto tempo dalla musica..

.Da qualche tempo, ho ripreso in mano quel materiale e lo sto rielaborando: il mio sogno è di riuscire a realizzarlo, adesso, dopo più di trent'anni…

Eri partito negli anni Sessanta suonando il beat con la band “Gli Scorpioni”… ci racconti gli esordi?

L'epopea del beat “appenninico” fu l'epoca più divertente e creativa della mia vita di “musicista ruspante”. Era la metà degli anni '60: se nelle città cominciavano a proliferare i “complessi”, più o meno bravi, qui da noi, in montagna, le cose erano molto più indietro: gli Scorpioni erano, in pratica, l'unico gruppo che, in un bacino abbastanza vasto, aveva un repertorio che, seppure con qualche compromesso, comprendeva pezzi dei Rolling Stones, dei Beatles, degli Animals, dei Byrds…non suonavamo molto bene, ma eravamo gli unici. E le balere, che spettacolo! le ragazze venivano spesso accompagnate dalle mamme: apertura 21,30… chiusura al massimo all'una! Facevamo ballare di tutto: perfino “Venerdì santo” di Francesco Guccini! Potevamo suonare anche pezzi nostri senza che nessuno ci trovasse niente da dire, l'unico compromesso era che una o due volte nella serata si facesse una terzina di valzer, polka e mazurka! Peccato che dopo un po' nacquero le “fabbriche-discoteche”!

Fino al 1989, al disco in inglese con i Boogaboo e alla collaborazione con il mitico jazzista Tony Scott, si erano perse le tue tracce. Che avevi fatto in quell'epoca?

Purtroppo, anche per miei limiti di carattere, non sono mai riuscito ad avere rapporti stabili con il mondo musicale e discografico, pur avendo sempre continuato a scrivere e a studiare. Ho fatto molti lavori, dalla redazione degli “Eroi di cartone”(storico programma rai sulla storia dei cartoni animati) al bibliotecario, al responsabile dell' ufficio stampa in uno stabilimento termale. Nell'89, due amici, Fabrizio Quiriti e Bruno Lubatti, che avevano avuto un ruolo fondamentale nella realizzazione del mio primo album, anche per aiutarmi in un momento di difficoltà economiche, mi coinvolsero nella “folle”avventura di “Boogaboo”, un gruppo-fantasma che realizzò un album di pezzi in inglese, con annessi anche video girati in Kenia (!), e che ebbe qualche timido riscontro in Spagna e Germania, ma, nonostante la grande generosità dei miei amici, non risolse certo la mia precaria situazione…

Ci racconti l'incontro con il jazz e l'effervescenza del clarinettista statunitense, scomparso a Roma quattro anni fa?

A Milano, durante la realizzazione di “Boogaboo”, condividevo la sala di registrazione con un signore alto, con una lunghissima barba bianca, sempre vestito di nero, che girava portandosi appresso un'enorme borsa piena di musicassette. Stava registrando una lunga suite per clarinetto e armonica a bocca, dedicata ai morti americani dello sbarco in Normandia. Era Tony Scott, il grande jazzista italoamericano, uno che nella sua vita aveva suonato, tra gli altri, con Erroll Garner, Art Tatum, Lester Young, Charlie Parker, Dizzy Gillespie, Thelonious Monk, Bud Powell, Fats Navarro, e Sarah Vaughan.

Per la sua grande amica Billie Holiday era stato clarinettista, pianista, arrangiatore e leader dell'orchestra. Aveva suonato nell'orchestra di Duke Ellington e aveva arrangiato per Harry Belafonte grandi successi quali Day-O (Banana Boat Song) e Matilda.

Non ho mai saputo se quella suite sia stata pubblicata, posso solo dire che è una delle musiche più affascinanti che ho avuto la fortuna di sentire. Aveva partecipato allo sbarco in Normandia, e si era salvato perché faceva parte della banda musicale e non aveva dovuto combattere, e in quei giorni aveva perso molti amici. Raccontava tutto questo, piangendo.

Come tutti i veramente grandi, era una persona semplice e modesta. Ci invitava spesso a mangiare alle Scimmie, locale di Milano dove suonava in quel periodo, utilizzando i suoi buoni-pasto.

Stavamo registrando “Next City”, una canzone dedicata alla beat generation e a Jack Kerouac , e lui volentieri si prestò a suonarvi il clarinetto e a recitare, con la sua voce bassissima, anche l'introduzione parlata. Di questo suo regalo ancora oggi, sono commosso.

Ancora un lungo silenzio e 34 anni dopo quel bel disco di vite e balene bianche hai in gestazione un nuovo album, con 14 nuove canzoni e, con il titolo provvisorio, de “Il silenzio del mondo”. Come nasce il nuovo progetto musicale? Quando pensi potrà vedere la luce?

Come sempre mi capita, le cose non mi vengono mai facili…questi 14 pezzi sono il frutto del lavoro di qualche anno con il mio amico e compaesano Remo Righetti, bravissimo musicista (ha lavorato tra gli altri per Celentano e Zero). Abitiamo su due monti, uno di fronte all'altro e, quando lui non era in sala di registrazione o in tour, ci trovavamo per portare avanti questo progetto: un album dove ci fosse “molta” musica e molte storie. Raccontare storie, per me, era un modo per sfuggire il più possibile al rischio dell'intimismo e dell'introversione che, a mio avviso, affliggono troppo spesso la canzone d'autore. Quindi storie, storie e musiche che in qualche modo ci lasciassero un sentimento di disagio e anche di inquietudine, perché il mondo, adesso, spesso ci dà disagio e inquietudine…

Dopo diverse false partenze, pare che ormai l'album finalmente uscirà a breve, e per me è importante perché sto già lavorando a un nuovo progetto a cui tengo molto.

Pensando al mondo, viene in mente una babele linguistica. Parole, suoni… il rumore del mondo. Colpisce il titolo ipotizzato, controcorrente, “Il silenzio del mondo”, alla ricerca dei silenzi che uniscono…

Devo dirti che non so se quello sarà il titolo definitivo, perché forse può suonare troppo enfatico, comunque l'osservazione che fai è giusta: in un mondo che ci assedia con rumori sempre più fragorosi, con parole che ci raggiungono ovunque e che spesso ci suonano incomprensibili, come si fa a parlare di un suo silenzio? Il silenzio a cui mi riferisco è un silenzio che riguarda il “ senso”, io ho l'impressione che il mondo non ci invii più ” messaggi”, “significati”…e la somma delle frequenze dei suoi rumori disordinati, disarmonici, è il SILENZIO.

Parliamo del nuovo cd in gestazione che si apre con “La ballata della città felice”, che racconta la peste di Messina nel 1348. Racconti come la peste nera arrivò nel porto di Messina con alcuni mercantili genovesi, con a bordo alcuni marinai morti. Così entrò la peste a Messina ma anche in Europa. Perché raccontare questo momento così drammatico del Trecento?

Perché mi pare che le società e le culture “trionfanti” vivano dando per scontata la loro immortalità e il loro potere, dimenticando che bastano dei topi infetti a riazzerare improvvisamente la soria. L'Occidente dovrebbe pensare, qualche volta, ai topi.

“Labirinto” è quasi deandriana nel canto. Con un testo molto particolare di viandanti attratti nel labirinto da cui non si esce…

Labirinto, che forse alla fine si chiamerà 300 gradini, è la storia di una impossibile fuga senza fine che attraversa tutte le generazioni, perché non esiste nessun” fuori” dal nostro “dentro”, nessuna reale possibilità di uscire dal cerchio che ci comprende…

Il nuovo disco comprende canzoni, ballate che a volte ci ricordano, come detto, De Andrè, a volte pure Herbert Pagani. Echi di suoni tribali o orientali, molta melodia e testi profondi. Un disco maturo, con suoni - come dire? – felici in contrasto con i testi più introspettivi, a volte tragici, in cui tocchi anche temi scottanti come gli abusi sui minori.

Sono contento che noti lo sforzo riguardo alle melodie: il tentativo è quello di unire le possibilità narrative proprie della ballata con le caratteristiche di liricità e di ricchezza melodica e armonica della canzone…già dai tempi della “ballata di Achab”(Moby Dick) e di “Una vita” ho sempre tentato di battere questa strada…

I suoni tribali e orientali, sono usati volontariamente “fuori contesto”, come archetipi comuni a un'umanità trascorsa… oggi, sempre più, occidente e oriente non esistono più, restano macerie e rovine che il nuovo ordine neutralizza in musei sterilizzati e consumistici, per il turismo di sempre più numerose masse di orfani alla ricerca di impossibili memorie e di suggestioni consolatorie…gli unici che forse possono ancora vivere emozioni reali e, allo stesso tempo, mitiche sono i bambini, almeno fino a quando l'organizzazione sociale non provvede a “normalizzarli”…

La canzone manifesto del disco si intitola semplicemente “Musica”. C'è musica dappertutto, ci avvolge e sconvolge. “Musica senza motivo…”, canti… E il silenzio?

La Musica (senza motivo) è forse l'ultimo senso a disposizione degli uomini per poter “vivere” e aggirarsi sognando nel silenzio del mondo… oppure è semplicemente l'illusione di un risarcimento.

Certo, l'unica musica possibile, è una musica “gratuita”, “senza motivo”… non quella che “non ha orecchie” e che risponde unicamente alle esigenze della catena di montaggio dell'industria culturale e che, con il suo fragore senza “senso”, contribuisce al grande silenzio del mondo.

Gaetano Menna