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LARSEN LOMBRIKI
"Volevamo suonare easy-listening"
di Giuseppe D'Anna

I romani Larsen Lombriki sono ormai un piccolo mito del sottobosco musicale italiano. Le loro composizioni sono depistaggi, riconducibili a una filosofia di stampo residentsiano: ne risulta una proposta multiforme e imprevedibile. Li abbiamo incontrati durante il tour del 2005

  Larsen Lombriki

Larsen Lombriki

Discografia

 
Glad To Be Here (Snowdonia, 2000)
Free From Deceit Or Cunning (Snowdonia, 2005)


Link

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Sito ufficiale


disco consigliato da Onda Rock

 

Finalmente ci sono riuscito! Dopo giorni e giorni di pedinamenti, intercettazioni, pericolose mascherate, accordi spietati, dissonanze dolose o colpose, finalmente ho acciuffato i Larsen Lombriki, assolutamente colpevoli di emissioni di frequenze inquietanti e produzione di musica cosi poco rassicurante da costringere il vicinato a chiudere la porta a chiave ogni qual volta ascolto la loro musica.

Vi ricordo che ogni vostra parola potrà essere usata contro di voi... Cosa avete da dire a vostra discolpa?
+uno: Swing, jazz, blues, sono i generi musicali che amiamo ma che i Beatles hanno ucciso tanti anni fa. Noi non ci saremmo mai permessi… non eravamo neanche nati. Come vedi non possiamo dire niente a nostra discolpa perché non abbiamo colpe.
Spenazo: No comment.
Pix: Veramente noi cerchiamo di suonare easy listening, ma poi c'esce così…
Ben Presto: Beh, direi che questo album riassume solo in parte le tendenze centrifughe dell'ensemble... eheheh!

Esiste un posto ideale in cui suonereste questo disco?
Pix: Dentro un ascensore che sale e scende senza fermarsi mai.
+uno: Se vivessimo in un mondo migliore, nella nostra villa a Capri comprata con i soldi ricavati dalla vendita del disco.
Spenazo: Durante una festicciola in una spiaggia isolata, sotto il cielo stellato del Mar dei Caraibi, con una luna araba che sorride obliquamente.
Ben Presto: A una convention di Forza Italia!

Ascoltando "Free From Deceit Or Cunnings", la prima sensazione è di smarrimento, ovvero nonostante si riescano a individuare dei riferimenti, immediatamente ci si ritrova spiazzati da ciò che accade successivamente. La reazione che può suscitare l'ascolto di un vostro brano può condizionare la scrittura di questi?
+uno: Assolutamente No!
Spenazo: Sì. Elaborando i brani abbiamo cercato non solo di variare le "atmosfere" sonore, ma anche di suggerire dei riferimenti e "deviarli". Accennare a possibili aspettative ma anche tradirle, per ottenere straniamento, forse, ma anche qualcosa di diverso e di nuovo.
Pix: In fase di composizione ed esecuzione direi di no, però quando mettiamo insieme tutte le parti del lavoro cerchiamo di sorprenderci e quindi non evitiamo in alcun modo che l'ascolto finale possa essere spiazzante.
Ben Presto: Eppure a me la scrittura - se così si può dire - sembra così fluida... sicuramente nel nostro Dna vi è una discreta presenza di "melodie" frammiste a "rumori". I suoni della città. E senza fare una frusta e troppo estetizzante apologia del futurismo, posso ben dire che questa alternanza o fusione di suoni disparati - anche casuali - genera qualcosa di riconducibile alla musica. Immagina di trovarti in un posto come il mercato di Porta Portese e di voler fare dei field recordings. Ecco, il concetto è qui: non puoi prescindere da un suono o dall'altro. Essi sono semplicemente coesistenti, ma non per questo coesi, anzi. I Lombriki rispecchiano questo, chissà...

Quando scrivete un brano siete portati di piu a seguire l'istinto "fisico" oppure sviluppare gli aspetti piu concettuali?
Ben Presto: Anche se io sono un parolaio, posso ben dire che la fisicità e l'istinto sono al primo posto. La fase di postproduzione è quella che fa quadrare il cerchio, che dà più "senso" (spesso).
Spenazo: Di solito quando penso a un nuovo pezzo cerco di seguire l'istinto per sviluppare "fisicamente" delle idee che ancora non sono musicali, ma che hanno anche a che fare con la musica che mi piace ascoltare (oltre che con quella che ascolto senza che mi piaccia). Quando un brano viene messo in rapporto con altra musica, ne può risaltare l'aspetto "concettuale", ma è impossibile un ascolto "assoluto", senza nessun riferimento (anche se uno zoticone come +1 potrebbe sostenerlo...).
+uno: A me piacerebbe fare musica sudata e puzzolente!
Pix: Naturalmente non concordo con nessuno dei tre! Credo che l'approccio sia decisamente concettuale, però poi nel suonare viene fuori qualcosa di animalesco e di selvaggio di cui forse neanche noi siamo a conoscenza.

Le vostre esibizioni dal vivo hanno la caratteristica di essere delle vere e proprie performance audio-visive, a volte si puo effettivamente pensare che il visivo sia il naturale completamento della musica, e volevo chiedervi: può, a volte, l'idea di una performance condizionare addirittura la scrittura dei vostri pezzi? Vi è mai capitato?
Ben Presto: Diverse volte ci è capitato di pensare a una performance prima che al pezzo, sì. Vedi i cosiddetti "apartment festival"...
Spenazo: Ma no, mai.
Pix: Direi di no.
+uno: Invece sì, sono d'accordo con Ben Presto, siamo vanitosi.

Nelle vostre esibizioni siete portati a interagire con il pubblico? La reazione di questo può a sua volta influenzare la vostra esibizione?
+uno: Sì! Con qualcuno simpatico, da qualche parte potrebbe anche succedere.
Spenazo: Ogni concerto è il risultato di un'interazione. Aggiungo che tra le forme di interazione preferisco le meno plateali.
Ben Presto: Certo! Mi sembra sciocco non tener conto di chi ci sta a guardare e ad ascoltare. Senza il pubblico, nulla di quel che facciamo avrebbe senso.
Pix: L'emotività dal vivo è una componente piuttosto forte. Un po' per scelta, un po' per necessità, non sappiamo mai di preciso cosa e come suoneremo. Per cui la reazione della gente entra a far parte di questo gioco. Non si sa mai cosa potrà succedere…

C'è un artista anche in ambito non strettamente musicale con il quale vi piacerebbe collaborare?
Spenazo: Joey Skaggs (un prankster).
+uno: Violante Placido. Non sto scherzando, ho appena letto un articolo su di lei: ha fatto un disco, vive a Roma, ma è dovuta andare fino a Pescara per trovare qualcuno con cui suonare. Cara Violante, se a Roma ti senti musicalmente isolata, chiama i Larsen Lombriki, mandaci un e-mail! Veniamo anche per un piatto di minestra! Potrebbero venire fuori cose carine. Con noi diventi più glam di Kate Moss... In realtà nessuno ci chiama, la gente ha paura di noi.
Pix: Beh, Luis Bunuel, Orson Welles e Stanley Kubrick non ci sono più, per cui direi di no. Potrei però unirmi a +uno nell'invito a Violante Placido a venire a cantare con noi! Ho sempre amato le voci femminili, chissà che effetto farebbe la voce di Violante Placido sulla musica dei Larsen Lombriki...
Ben Presto: personalmente aggiungerei alle nostre la voce di Phil Minton. E allargherei il collettivo anche a brutti ceffi come Edoardo Ricci ed Eugenio Sanna... ahahah!
Spenazo: Placido Domingo, anche.

Perché, secondo voi, le maggiori etichette discografiche italiane sono ancora "scettiche" nei confronti della musica indipendente, nonostante molti gruppi o artisti di quella scena riscuotano un seguito di pubblico sempre maggiore?
Ben Presto: La risposta è quasi ovvia: non venderebbero abbastanza. L'unica chance (e credo di non essere l'unico a pensar questo) è proporsi e farsi conoscere il più possibile dal vivo...
Spenazo: Probabilmente le etichette nostrane, al di là delle apparenze, devono ancora far fronte a un (immotivato) complesso di provincialismo, per cui continuano ad aggrapparsi alle certezze della tradizione, della religione, della cucina regionale, del mercato rionale, ecc.
+uno: Per lo stesso motivo per cui Violante Placido non diventerà mai come Kate Moss. Qui i drogati li mettono in comunità dai preti, in galera! In Italia i drogati non fanno dischi, qui è peggio della Romania ai tempi di Ceausescu...
Pix: Perché lavorano esclusivamente in termini di profitto. Ci vorrebbe apertura mentale, lungimiranza, coraggio; esattamente ciò che le etichette discografiche italiane non hanno!

A che cosa serve il rock and roll oggi?
Spenazo: A vendere i-pod.
+uno: A riempire i pomeriggi di adolescenti sciocchi e le serate di adulti ingegnosi.
Ben Presto: A cosa serve fare una buona colazione la mattina?
Pix: A salvare la vita!


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