Intervista a Vittore Baroni, storico critico della New Wave e collaboratore di
Rockerilla durante gli anni '80.

VITTORE BARONI è nato il 17 Gennaio 1956 a Forte dei Marmi (Lu).
Si è laureato in lingue e letterature straniere moderne presso l'Università di Pisa, con tesi sulle tecniche di scrittura di William S. Burroughs. Critico musicale e indagatore delle controculture, è uno dei più attivi e stimati frequentatori del circuito della mail art, all'interno del quale ha curato innumerevoli mostre, progetti collettivi e pubblicazioni. Espone collage, libri d'artista e poesie visive dalla fine dei '70. Nel periodo 1980-1984 ha registrato cassette e dischi "plagiaristi" come Lieutenant Murnau (mettendo a frutto le teorie di Burroughs con un taglia&incolla di brani famosi), nel periodo '81-'87 insieme a Piermario Ciani fonda e dirige l'etichetta multimediale Trax (che produce riviste, cassette, magliette, spettacoli); dal 1991 fa parte del gruppo Le Forbici di Manitù con cui ha pubblicato finora sette CD per svariate etichette internazionali. Ha collaborato a numerose riviste e fanzine internazionali e curato volumi su musiche radicali, mail art, copy art e sull'arte psichedelica dei '60. La sua partecipazione nei primissimi anni '80 alla rivista Rockerilla (e sulla rivista Rumore poi) ne fa uno degli esponenti di spicco sulla conoscenza e la critica della new wave proprio nella sua avanzata storica. Da qui il nostro interesse verso i suoi scritti e il recupero di fondamentali articoli per la conoscenza del nostro genere preferito, introdotti da questa intervista.

1] Il nome di Vittore Baroni è una leggenda tra gli appassionati di musica anni ’80 e nell’ambito della critica musicale; si dice che tu abbia ascoltato più new wave di chiunque altro in Italia. Credi sia vero? Giusto per dare un’idea della portata, parlaci del tuo percorso musicale e della tua collezione di dischi!
Vittore : Beh, mi spiace deluderti, ma quel che dici mi pare quasi frutto di una delle solite “leggende metropolitane”. Tanto per cominciare, non credo di aver ascoltato molti più dischi di un normale appassionato di rock (ho smesso di contarli da decenni, ma quanti saranno mai? diecimila? quindicimila? boh? conosco comunque gente che ne ha dieci volte tanti). La new wave in senso stretto non è mai stato il mio campo di indagine privilegiato, mi sono sempre occupato di sperimentazione e suoni bizzarri, quindi solo di alcuni degli artisti che più o meno impropriamente sono stati fatti confluire all’epoca nel calderone new wave (come Residents, Devo, Throbbing Gristle, ecc.), o fuoriclasse come Joy Division e Tuxedomoon. Se mi devo ritenere uno specialista, lo sono piuttosto della cosiddetta musica industriale (e poi esoterica e altri suoi derivati). Della new wave mi sono tra l’altro sempre stati in uggia molti personaggi iconici ma a mio avviso sopravvalutati (Siouxie, Cure, Killing Joke, ecc.). La “no wave” si avvicina di più ai miei gusti, ma quella originale di No New York, non quella dei revivalismi recenti.
Il mio percorso musicale è iniziato intorno ai dieci anni quando, folgorato da qualcosa che avevo visto o sentito, mi sono fatto prestare da mia cugina i suoi dischi di Beatles e Rolling Stones. Ho collaborato con alcune rivistine sotterranee dai primi ’70, quand’ero giovanissimo, mi pare di aver cominciato su Carta Stampata, un oscuro foglio prodotto a La Spezia, con articoli su Faust, Incredible String Band, Hawkwind, quel tipo di cose lì. Un decennio dopo ho aiutato un amico che faceva uscire una fanzine chiamata RockZero, hanno notato qualche mio scritto e mi hanno contattato dalla redazione di Rockerilla. Ho poi sempre continuato a dividermi tra riviste sotterranee (Vinile, Urlo, ecc.) e altre più visibili (Velvet, Neural, Sonora), fino a Rumore e Pulp che è storia dei nostri giorni. Non mi reputo un professionista del settore perché per vivere ho sempre svolto lavori extra-musicali e, fatto molto poco deontologico, mi sono sempre rifiutato di scrivere “su commissione” su argomenti che non fossero di mio specifico interesse. Mi piace tenere il coltello dalla parte del manico e poter dire la mia senza patemi d’animo, in fondo ho conservato sempre lo spirito dell’appassionato piuttosto che dell’addetto ai lavori. Ho usato pseudonimi come Mister Bizarro e Zio Alvise, per divertimento o per poter scrivere su riviste concorrenti!

2] Secondo te quali sono stati i gruppi più sottovalutati tra i tuoi ascolti, e quali sono i tuoi dischi preferiti?
Vittore : Ci sono alcuni artisti che per vari motivi affettivi mi sono rimasti sempre cari, indipendentemente dal fatto che fossero o meno popolari (per citarti i primi che mi vengono in mente, Incredible String Band, Residents, Current 93, Beach Boys, Bonzo Dog Band, Pearls Before Swine, Peter Hammill, Phil Ochs, The Kinks, XTC, They Might Be Giants, Negativland, ecc. ecc.). Parecchi di loro fan parte di quella categoria solitamente definita “cult legends”, “outsider” e simili, ma direi che al punto in cui siamo oggi non esistono più grandi artisti “sottovalutati”, sono stati tutti più o meno recuperati dal lavoro critico e di scavo di riviste come Mojo o The Wire (in settori diversi). Un sito web o un fan club/zine non lo si nega più neppure al più misconosciuto pioniere. È il bello (o il brutto) di aver superato la cinquantina. Intendo il linguaggio del rock: ormai non è soltanto maggiorenne, è attempato, istituzionalizzato, sviscerato in ogni suo aspetto. E poi c’è un mondo di suoni a portata di clic e scaricabile in peer-to-peer. Una babele in cui perdere la testa, ma anche ritrovare una vecchia canzone ascoltata nell’infanzia in un jukebox e mai più sentita. Un mondo infinitamente migliore e infinitamente peggiore di un tempo, con gente come B&B al potere, the killing B’s...

3] In Italia ci furono dei veri pionieri in questo campo musicale? O comunque dei gruppi che hanno avuto delle forti influenze, magari poi distrattamente mai menzionate altrove?
Vittore : Pionieri influenti della new wave da noi non direi proprio, casomai dei curiosi personaggi minori, alcuni anche molto divertenti e interessanti come Krisma, Gaz Nevada, Skiantos, Confusional Quartet, Neon, Pankow, Spirocheta Pergoli… Ma il genere ha un cuore anglosassone, noi primeggiamo casomai in altri campi.

4] Si può dire che la new wave sia un genere ormai morto e sepolto (musicalmente, perché a livello di pubblico è visibilmente circoscritto), oppure c’è molto ancora da dire, da fare, da sperimentare? Quali sono le direzioni secondo te che non furono, o non sono, abbastanza esplorate?
Vittore : Non ho mai amato ragionare per definizioni, etichette, compartimenti stagni. Oggi poi viviamo in un universo talmente post-post-moderno e post-tutto che ha poco senso voler tenere in vita una definizione già molto imprecisa all’epoca come “new wave”: nuova onda rispetto a cosa? Ormai l’oceano è in tempesta, le onde si incrociano e si frangono in ogni direzione. Direi piuttosto che la new wave è un tipo di sensibilità che possiamo ritrovare come ingrediente riconiscibile, assieme a molte altre componenti (punk, soul, blues, prog, quel-che-vuoi-tu), nella composita alchimia di moltissime formazioni contemporanee. Ormai è un gioco ad incastro di influenze e alcuni sono “anche” new wave. Poi ci sono i revivalisti, gli epigoni, i copisti, che possono avere qualche interesse solo per un pubblico molto di nicchia. Trovo comunque poco verosimile attendersi una qualsiasi new wave of the new wave. Meglio una gigantesca onda anomala che sommerge tutto, se dobbiamo voltare pagina.

5] So che anche tu hai composto dei brevi brani “musicali”; ti ricordi per quali occasioni? Come li componesti?
Vittore : ??? Mah, non so bene a cosa ti riferisci! Ho coordinato dal 1980 al 1984 il progetto proto-plagiarista Lieutenant Murnau, una sorta di gruppo fantasma che cuciva musiche preesistenti anziché suonare strumenti in modo tradizionale: oggi il concetto di sampling e riciclo è banale, ma allora pareva astruso e irrealizzabile. Nelle Forbici di Manitù in cui ormai milito da una dozzina d’anni (esce proprio in questi giorni per Small Voices il doppio album live+remix Tagliare) mi occupo per lo più dei testi, suggerisco alcune idee ma le musiche le compongono i miei colleghi. Ho prodotto negli anni alcune cassette di “poesia sonora” e brani di rumorismi vari sotto sigle diverse (Kibbo Kift, Abstemious Youth, ecc.), ma avrei difficoltà a definirla “musica”…

6] A parte questo la tua carriera giornalistica hai curato testi e biografie di gruppi sperimentali nonché il loro nesso con l’esoterismo [vedasi anche l’articolo allegato NdR]. Ce ne puoi parlare? Ti sei mai sentito coinvolto in prima persona da queste tematiche?
Vittore : In realtà non ho fatto molto, neppure una briciola di quel che avrei voluto/dovuto. In tanti anni di “militanza” sonora ho curato solo un libro sui Residents e uno su Psychic TV, il fatto è che ho sempre troppo poco tempo da dedicare alla musica e non è che il panorama editoriale del settore offra poi grandi incentivi economici. Inoltre, ho dedicato gran parte delle mie energie a pubblicazioni di genere extramusicale, occupandomi di mail art, arte contemporanea e controculture in genere, tramite la trentina di libri curati per la piccola editrice AAA (www.aaa-edizioni.it) che ho fondato una decina di anni fa assieme a Piermario Ciani. L’esoterismo, Aleister Crowley, la magia nera, sono argomenti di cui ho letto molto con grande curiosità negli anni ’80, anche in relazione ai gruppi musicali che si ispiravano a quel tipo di tematiche, ma non mi sono mai sognato di far parte di sette o mettermi a pronunciare strane formule rituali prima di dormire. Era solo uno tra i tanti argomenti che mi intrippavano all’epoca. Da tutto si può imparare, ma retrospettivamente direi che sono stati certamente più utili i libri di Gurdijeff o Castaneda rispetto a quelli di Crowley e Spare, per non parlare di biografie di serial killers e simili.

7] Quali sono i tuoi attuali progetti, anche extra musicali, ovviamente?
Vittore : Con le Forbici di Manitù stiamo già lavorando al nostro prossimo album, L’Isola, basato su un racconto originale creato appositamente per noi dalla scrittrice noir-horror Alda Teodorani. Continuo a curare esposizioni e progetti artistici, ad esempio nell’ambito dell’associazione culturale BAU che ho fondato con altri autori lo scorso anno nella mia città, Viareggio (vedi www.bauprogetto.it). Ho curato il prossimo libro in uscita per AAA edizioni, PostcarTs/Cartoline d’artista, e in generale scrivo ultimamente con maggior diletto per le riviste d’arte, come Juliet e ArtLab, piuttosto che per testate musicali. Forse questo è un periodo che non mi offre molti stimoli sonori, ma so bene che si tratta di fasi, magari presto mi appassionerò ad un nuovo fenomeno. Continuo a scannerizzare il panorama in cerca di musiche di mio gusto, ad esempio ultimamente sto ascoltando molto il “nuovo folk” alla Devendra Banhart, ma non tutto mi convince.

8] Come hai inteso nella tua lunga esperienza di ascoltatore e di critico l’uso di tematiche estreme nella musica industriale? Quali sono stati i concetti e i temi proposti negli anni che hai trovato più conturbanti e stimolanti? Come distinguere poseurs e gruppi effettivamente ambigui dai veri “terroristi culturali”?
Vittore : L’interesse per l’industrial è nato in me dal fatto che gente come Genesis P-Orridge dei TG o Richard H. Kirk dei Cabaret Voltaire erano attivi anche in ambito di arte postale. Li ho conosciuti prima come artisti e “per lettera” che non sui dischi. Quando poi ho avuto in mano i loro primi dischi, mi è venuto naturale di scriverne, anche perché quasi nessuno li conosceva o se ne occupava. Ovviamente avevamo molti interessi in comune: il cut-up, Burroughs, le teorie cospirazioniste, ecc. I gruppi che hanno qualcosa da dire lo dimostrano molto semplicemente coi loro lavori, se leggi Wreckers of Civilization di Simon Ford capisci perché i TG sono stati così importanti e influenti, che mole di lavoro c’era dietro. I poseurs è facile sgamarli, arrivano in seconda battuta e non aggiungono nulla di rilevante a quanto già detto, le loro interviste sono piene di luoghi comuni e non ti insegnano nulla!

9] Si può ancora fare cultura con la musica “difficile”, oppure al giorno d’oggi è solo un involucro vuoto che spesso ripercorre inutilmente sempre i soliti usurati cliché? Ripetendo una frase usata poco fa, si può fare ancora “terrorismo culturale”, antagonismo, oppure il pubblico è irrimediabilmente ristretto ad autocompiaciuto? Ossia, che provocazione è, se ora ci sono solo fan? Oppure anche all’epoca le tematiche erano talmente estreme, così alienandosi qualsiasi ascoltatore che non fosse un interessato a certi suoni/concetti tale quindi da non scandalizzarsi, che la situazione in effetti è stata sempre in fondo “ipocrita”?
Vittore : Oggi il pubblico in generale è certamente più smaliziato di dieci o vent’anni fa, comunque il concetto di trasgressione artistica (lasciamo perdere il terrorismo, con l’aria che tira!) è molto relativo a epoche e luoghi. Se oggi vai nella profonda provincia puoi scandalizzare con una musica che in ambito urbano può essere considerata banale e superata. Ci sarà sempre comunque un grande pubblico che non vuol fare lo sforzo di ascoltare musiche oggettivamente “difficili” per l’orecchio, ma spesso sono musiche che NON sono concepite per il grande pubblico, quindi non può essere altrimenti. Mi stupirei di trovare i Coil o i Current 93 in cima alle classifiche, nonostante si tratti di musica di grande spessore: semplicemente, non si adatta ai gusti della massa. Credo che abbia perso comunque molto del suo significato il fatto di provocare e scandalizzare, perlomeno come lo si intende comunemente. Oggi è molto più provocatorio fare una bella canzone che parla di pace (vedi cos’è capitato di recente a Cat Stevens) che non di omicidi seriali.

10] Ci sono gruppi che segui ancora volentieri e nuove leve interessanti?
Vittore : Con gli anni forse si diventa più cinici ed esigenti, comunque diciamo che ormai non c’è più alcun artista di cui attendo con trepidazione l’uscita del nuovo album, ma ci sono vari autori che seguo da sempre e che ancora (di solito) riescono a non farmi rimpiangere il biglietto d’ingresso (Bob Dylan, per dirne uno facile). Scoprire un nuovo personaggio interessante non è semplice con la valanga di uscite e di stimoli, qui sì che ci vorrebbe una formuletta di magia bianca capace di separare il grano dalla gramigna! Suppongo che occorra tenere sempre le antenne bene all’erta, spulciare riviste e fanzine senza dare troppo credito alle recensioni entrusiaste, ma cercando un qualche elemento che davvero ci incuriosisce, poi magari ascoltare un qualche assaggio in rete prima di spendere 20 euro per un cd… È un processo molto personale, che per ognuno di noi porta a scoperte diverse. Attualmente, col mare magnum di ristampe che ci circonda, è bello esplorare alternando presente e passato. Di solito cerco di legare i miei ascolti a qualche buona lettura, il percorso diventa molto più stimolante. Ad esempio, ho letto di recente la traduzione che l’amico SubJesus ha fatto del bel libro Positively 4th Street (Arcana) sul movimento new folk degli anni ’60, gli inizi di carriera di Dylan, Baez, Richard e Mimi Fariña: questo mi ha portato a procurarmi il cofanetto dei coniugi Fariña The Complete Vanguard Recordings e poi l’unico romanzo dello sfortunato Richard (Così giù che mi sembra di star su, Fandango), morto il giorno stesso della sua pubblicazione in un incidente di moto. In questo modo, alternando ascolti e ricerche, la musica può essere meglio vissuta, compresa e apprezzata. Poi, un argomento tira l’altro…

11] Si può ancora fare del pop intelligente e non banale? E si potrebbe dunque scalzare l’egemonia della easy listening che imperversa in radio (medium decisamente sceso in secondo piano) e televisione?
Vittore : Beh, certo, tutto sembra già essere stato fatto, ma appunto occorre essere molto bravi per scrivere brani pop non banali, e non credo che ciò sia impossibile. Ci vogliono grandi artigiani o geni alla Brain Wilson. Casomai, non sempre i bei brani pop poi arrivano in classifica, perché occorre comunque che l’autore sia ben inserito nel grande meccanismo dell’industria discografica, più brava a traviare e stritolare talenti che a valorizzarli. Quindi è una specie di mission impossible, ma non escluderei a priori che ci possano essere ancora artisti in heavy rotation che sono anche tra i migliori sulla piazza, nel loro campo (com’è accaduto all’epoca di Beatles e Beach Boys). Se ciò dovesse accadere, guarderei un po’ più spesso anche MTV…

12] Secondo te, il modo migliore per ottenere nuovamente musica popolare che effettivamente non sia solo musica leggera, è quello di offrire realmente un prodotto di qualità, o di riuscire ad infiltrarsi in qualche modo nel circuito del grande pubblico? Oppure forse è solo una questione di grandi cicli, per cui ci saranno sempre “alti” e “bassi” nella musica, nonostante le imposizioni dell’egemonia mediatica?
Vittore : La seconda delle due. Il discorso dell’infiltrazione e dello scontro frontale fra underground e overground mi pare obsoleto e superato dai fatti. Le ideologie ormai sono deboli deboli, l’antagonismo delle controculture mi pare in crisi di identità da anni, un po’ come la sinistra italiana. Non per questo bisogna rassegnarsi o diventare apatici, oppure aspettare che arrivi Babbo Natale o la fine del mondo. Mi sorprende il fatto di come, passato l’hype del momento, nessuno parli più della “fine dell’industria discografica come la conosciamo”, della rivoluzione prossima ventura determinata dalla musica in rete: per un paio di anni la cosa ha fatto notizia, ma ora non se ne sente più dire molto. Oppure si cerca di normalizzare la situazione, con le major che cominciano a vendere più massicciamente in rete, la lotta al peer to peer, il lavaggio del cervello a base di miti generazionali privi di spessore, le webzine copia slavata delle riviste cartacee. Sarò un inguaribile utopista, ma lo strumento internet e le attuali tecnologie di riproduzione mi pare che contengano le potenzialità di uno sconvolgimento sonoro pari al punk elevato al cubo, ma occorre la giusta miccia che faccia esplodere qualcosa di grosso. Trovo piacevole ed eccitante annusare in giro pregustando qualcosa del genere, o meglio ancora lavorare (nel mio piccolo) in questa prospettiva, anziché chiudermi in nostalgiche contemplazioni, vittimismo o eterne lamentele. Tutte queste migliaia di dischi, invece di tenerli qui ad ammuffire, perché non condividerli…

[ Intervista di Federico Gennari ]

 
Articolo sull'Esoterismo